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Revenant - Redivivo - Recensione

16/01/2016 | Recensioni |
Revenant - Redivivo - Recensione

La lotta per la vita di un uomo solo, la lotta per la vita (artistica) di un attore e di un regista chiamati a una prova difficilissima.
Revenant – Redivivo è un film emblematico nella sua ferocia, simbolico nella sua crudezza, sorprendente nella sua perfezione formale.
Il regista messicano Alejandro González Iñárritu, fresco dei quattro Oscar vinti con Birdman, questa volta fa di più, spinge il pedale all’estremo divenendo, per sua stessa ammissione, “burattinaio d’un teatro colossale”, un teatro per il quale ha quasi rischiato la pelle, insieme alla sua troupe.
Revenant fa patire (e molto) il suo protagonista (e insieme a lui lo spettatore).
La storia, ambientata nel 1822, è quella di Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) un uomo che si unisce a un gruppo di cacciatori di pelli dopo che sua moglie indiana è stata massacrata dai francesi. Glass porta con sé suo figlio, un ragazzo mezzosangue. Ma il gruppo è vittima di un’imboscata indiana e in pochi riescono a fuggire. Durante un’esplorazione, Glass viene attaccato da un orso che lo riduce in fin di vita. I compagni lo trascinano morente con loro e poi, su ordine del Capitano, viene lasciato alle cure di due uomini, John Fitzgerald (Tom Hardy) e Jim Bridger (Will Poulter) che dovranno aspettare la sua morte e dargli degna sepoltura. Ma il perfido Fitzgerald uccide il figlio di Glass sotto i suoi occhi. Subito dopo convince il giovane Bridger che un gruppo di indiani è sulle loro tracce e che devono abbandonare Glass in fin di vita. L’uomo resta così moribondo con il cadavere del figlio accanto. Questi gli accadimenti dei primi 30 minuti. Le successive due ore mostrano Glass nella sua lotta per la sopravvivenza e nella sua assetata ricerca di vendetta percorrere più di trecento chilometri a piedi in condizioni quasi proibitive per un essere umano.

Un’odissea immane, epica e leggendaria. Quella di Hugh Glass (incarnato da un Di Caprio quasi del tutto silenzioso per la maggior parte del film), è una lotta contro la natura, contro la natura umana, contro se stesso.
Tra la foresta impervia di un Nord America gelido e funestato da lotte sanguinose, va in scena una tragedia moderna che ha la statura di una grande tragedia classica.
Neve e fuoco, sangue e dolore, tradimento e vendetta, Revenant è una tragedia che parla dell’essenza dell’uomo: il bene e il male sono rappresentati in modo manicheo da Glass da un lato e da Fitzgerald (un campione di avidità e egoismo per cui Dio è uno scoiattolo che compare quando ne hai più bisogno e va divorato in fretta) dall’altro.
Le sofferenze del protagonista sono fisiche e spirituali, alla sua carne dilaniata da un orso grizzly corrisponde un’anima straziata da un dolore immenso. La performance di un Di Caprio aspirante alla statuetta dell’Oscar (riconoscimento che l’Academy gli ha finora negato),) rispetta questo equilibrio, questo duplice patire, dosando alla perfezione dolore fisico e spirituale, i rantoli, gli spasmi e le urla con sguardi carichi di muta e atroce sofferenza. A parlare allo stesso tempo sono la carne e l’anima di un uomo, la carne e l’anima di un divo, mai così maturo.
Revenant è un film primitivo come l’ambiente in cui è totalmente immerso, una storia di sentimenti “basici” immersa nel gelido inverno di una foresta fatta di montagne impervie e corsi d’acqua travolgenti. La forza della natura investe l’uomo sfidandolo a risollevarsi. Resistenza, rinascita, vendetta, sono i tre temi forti su cui punta Iñárritu nella lotta del protagonista contro uomini, animali e asperità della natura.
Liberamente ispirato all’omonimo libro di Michael Punke (che Iñárritu e Mark L. Smith hanno romanzato, aggiungendo personaggi ed episodi assenti nel libro), Revenant è un film pieno di dolore e di sangue, ma anche ricco di quesiti basilari: cosa c’è oltre l’istinto di vendetta? La vendetta restituisce ciò che hai perduto?
L’opera di Iñárritu cattura per due ore e mezza abbondanti anche grazie al suo linguaggio visuale fatto di suggestive immagini pittoriche (il regista ha confessato di aver avuto in mente Caravaggio per tutte le riprese) e un suono avvolgente e potente. La fotografia naturale con cui è stato girato (opera del mago della luce già premio Oscar per Birdman Emmanuel Lubezki) l’intero film, fa si che Revenant sia un vero “affresco sonico”, come ha sottolineato il regista. Una pellicola dalla difficile lavorazione (il budget iniziale di 60 milioni di dollari è poi lievitato a 135) realizzata tra il Canada, il Montana e la Patagonia, in cui ogni inquadratura ha la perfezione di un quadro.
Un film ambientato in un passato che ha molte corrispondenze nel nostro presente: la prima metà dell’Ottocento nelle terre del Nord America funestate da un immane genocidio che, in nome del profitto, estinse razze umane e animali. “L’avidità fece impazzire quella gente – ha sottolineato Iñárritu – mentre si delineavano quei problemi razziali che si sarebbero trascinati fino al presente”.
Antico e moderno insieme, Revenant è un film bellissimo pur nella sua brutalità, un’opera che mostra senza filtri la crudeltà dell’essere umano, tra teste trafitte da frecce e carni dilaniate. E un Di Caprio sbranato da un grande orso in una delle scene più crude e potenti del cinema degli ultimi anni, un piano sequenza magistralmente girato (effetti digitali da applauso). Un Di Caprio, ancora, costretto a prove estreme come mangiare il fegato di un bisonte per sopravvivere e dormire nudo dentro la carcassa ancora calda di un cavallo morto.
E su tutto, la volontà di Dio che tiene le redini della vita dell’uomo.
Un film travolgente, essenziale eppure grandioso, iperrealista (con tanto di cucitura di ferite al vivo e carni crude divorate per sopravvivere) ma anche onirico (le più intimiste sequenze dei sogni del protagonista). Un cinema che merita ancora la parola arte.

Elena Bartoni
 

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