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The Place - Recensione

06/11/2017 | Recensioni |
The Place - Recensione

Cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?
Chi non se lo è chiesto almeno una volta nella vita! 
Si tratta di un quesito pesante, che può mettere di fronte a scelte ardue, che può indurre a percorrere strade che magari non ci saremmo mai sognati di intraprendere.
La domanda è alla base di The Place, ultimo film di Paolo Genovese presentato come Evento Speciale a chiusura della dodicesima Festa del Cinema di Roma.

Un uomo misterioso (Valerio Mastandrea) siede sempre allo stesso tavolo di un bar. Davanti a lui siedono di volta in volta una serie di persone che chiedono di esaudire i loro più grandi desideri o risolvere situazioni difficili o drammatiche. Le richieste saranno esaudite in cambio di compiti da svolgere.
Otto visitatori, il poliziotto Ettore (Marco Giallini), la suora Chiara (Alba Rohrwacher), la moglie infelice Azzurra (Vittoria Puccini), il garagista Odoacre (Rocco Papaleo), la giovane Martina (Silvia D’Amico), il papà disperato Gigi (Vinicio Marchioni), il non vedente Fulvio (Alessandro Borghi), l’anziana signora Marcella (Giulia Lazzarini). A loro si aggiungerà il nuovo ragazzo di Martina, Alex (Silvio Muccino). Tutti questi personaggi hanno una richiesta: fede, salute, speranza, sesso, bellezza. Tutti sembrano disposti a tutto pur di ottenere ciò che desiderano.
Spettatrice del via vai di persone al tavolo dell’uomo misterioso, la barista Angela (Sabrina Ferilli).
 
Un solo luogo, un bar posto all’incrocio di una città come tante, l’insegna luminosa rossa “The Place” campeggia di fuori. Il tempo passa, mattine, pomeriggi, sere, notti, un uomo è sempre seduto allo stesso tavolo, parla con nove interlocutori, prende appunti su una grande agenda. L’uomo può esaudire i desideri delle persone che gli siedono davanti ma per ognuno di loro c’è sempre un prezzo da pagare, un prezzo spesso troppo alto. 
Un altro film corale chiuso in un solo luogo, dalla tavola della cena di Perfetti sconosciuti al tavolino del bistrot di questo The Place. Questa volte le possibili letture simboliche o metaforiche aggiungono suggestione ai ripetuti faccia a faccia. “Come faccio a sapere che lei non è il diavolo?” chiede una disperata signora, “Non  lo può sapere” risponde il mefistofelico uomo senza nome. Ma chi è davvero? Il diavolo? Un angelo? Uno psicologo? Un mostro? O forse è lui a nutrire i mostri?
Alla base di questo soggetto, scritto dallo stesso Genovese, c’è una serie tv statunitense “The Booth and the End” trasmessa dalla piattaforma Netflix, su cui il regista ha scritto la sceneggiatura insieme a Isabella Aguilar.
Ad ogni desiderio deve corrispondere un’azione, ma questi atti (talvolta efferati) nel film di Genovese non vengono mostrati ma solo raccontati. Il film è tutto basato sulle parole e sui primi piani degli attori (tutti straordinari a cominciare da un Valerio Mastandrea capace di far vibrare di emozioni il suo misterioso personaggio con una performance tutta in sottrazione) in una sorta di teatro filmato.
Non c’è dubbio che la scelta di Genovese sia audace benché il regista abbia ripreso in pieno la storia da una serie già tramessa. Ma il gioco di specchi, gli intrecci fatali tra i destini dei personaggi, gli interrogativi universali su senso di colpa e tentativi di redenzione, perdono efficacia man mano che il film si avvia vero il finale. E più la figura mefistofelica (o cristologica a seconda delle interpretazioni) accompagna l’esito delle azioni dei suoi interlocutori, più il film rivela qualche falla (soprattutto quando le strade di alcuni personaggi fatalmente si intrecciano).
A occupare gli intermezzi tra una sessione e l’altra del protagonista ci sono una serie di dialoghi con la barista del locale (Angela), una donna che si interroga sull’identità del nostro uomo e con cui si lascia andare a discorsi sul senso della vita (in queste scene a prendere il posto di dialoghi spezzati intervengono le note di due brani significativi come “A Chi” e “Sunny”). 
Al di là di qualche caduta nella parte finale, The Place resta comunque un valido tentativo di far prendere una strada diversa al cinema italiano e un’interessante variazione su un tema universale: è il desiderio che accomuna tutti gli esseri umani perché la mancanza di esso probabilmente non esiste tra gli uomini.
Optando nuovamente per l’unità di luogo e di azione, dopo il successo di Perfetti sconosciuti, Genovese compone un altro film teatrale affidandosi unicamente alle performance dei suoi attori, capaci di riempire e far vivere la scena solo attraverso la narrazione del loro fatale e personale gioco con il destino. 
 
Elena Bartoni
 

 


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