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Una festa esagerata - Recensione

22/03/2018 | Recensioni |
Una festa esagerata - Recensione

Un festone … esagerato! Vincenzo Salemme torna al cinema giocando, come dire, in casa.
Una festa esagerata è infatti la trasposizione sul grande schermo di una pièce teatrale di grande successo dell’autore partenopeo.
La storia si svolge nel giro di poche ore nel palazzo dove abita la famiglia Parascandolo. Nella casa di Gennaro Parascandolo (Vincenzo Salemme), geometra e piccolo imprenditore edile, sposato con l’ambiziosa Teresa (Tosca D’Aquino), fervono i preparativi per una magnifica festa in terrazza. Per il diciottesimo compleanno della figlia Mirea, Teresa ha deciso di non badare a spese, dal catering, agli arredi, alle bomboniere, fino a un finto cameriere indiano. Gennaro continua ad assecondare ogni capriccio delle sue donne e a spendere una fortuna per una festa che lui stesso definisce ‘esagerata’. Ma proprio mentre i festeggiamenti stanno per iniziare, una notizia giunge dal piano di sotto dove abitano un padre molto anziano e sua figlia zitella: sfortuna ha voluto che il signor Scamardella sia morto proprio il giorno della festa. Cosa fare? Come si fa a fare una festa con un morto al piano di sotto?

Torna il teatrino partenopeo animato da quelle maschere dall'inconfondibile marchio di fabbrica Salemme; questa volta a far da cornice agli eventi è un bell’attico affacciato sull’azzurro del golfo di Napoli.
Ancora una volta (dopo Cose da pazzi del 2005) il regista, autore e attore napoletano ha scelto un suo lavoro teatrale e lo ha portato sul grande schermo. Accanto all’onesto geometra (che tutti insistono a chiamare ingegnere) interpretato da Salemme fanno la loro parte una serie di maschere delineate con precisione da una schiera di ottimi attori: la moglie ‘sciantosa’ e arrivista, impegnata in una furibonda scalata sociale con tanto di vestaglia scollata con strascico (una veste perfetta per Tosca D’Aquino), il prete fuori sede attento a non farsi sfuggire le crocchette dal buffet (Giovanni Cacioppo), la viziatissima figliola diciottenne tutta selfie e condivisioni (Mirea Flavia Stellato), l’assessore dall’abbronzatura tropicale (Francesco Paolantoni), suo figlio ritardato (Andrea Di Maria), l’anziano vicino di casa Scamardella pieno di acciacchi e con un piede nella tomba (Nando Paone), la figlia dello Scamardella, zitella stagionata che nasconde un temperamento focoso (Iaia Forte), il vice-portiere (detto ‘secondino’) aspirante alla poltrona di portiere nelle elezioni condominiali e dispensatore di sfondoni à gogo (Massimiliano Gallo).   
Questa volta i toni sono ancora più ‘esagitati’ e la commedia cresce di tono fino a un farsesco finale nel cuore di quel ‘mare che luccica’ omaggiato dal Caruso di Dalla.
Punto di forza della comicità del film è ancora una volta la lingua napoletana, usata per enfatizzare il ritmo crescente delle schermaglie condominiali.
Ma il teatrino delle maschere rischia di tirare un po’ la corda con una serie di battute troppo scontate e risultare strabordante, parossistico, a tratti grottesco. 
La morale non è da poco però. Il pover’uomo, onesto geometra che si affanna a specificare il suo titolo a chiunque lo chiami ingegnere (costume tanto tanto italico), sempre più sbigottito dal campionario di umanità reietta che lo circonda è un bell’esempio di quella parte (piccola) di persone che si sentono sempre più fuori luogo, circondate solo da un mondo di individui superficiali, avidi, narcisisti, preoccupati solo dall’accumulare cose e metterle in mostra, un universo dominato solo da ipocrisia, invidia e egoismo. L’uomo onesto (la brava persona fuori moda) è sconfortato, abbattuto, sfiduciato e arriverà prima a zittire (ma solo per poco) il chiasso di tanta falsità e cattiveria, per poi darsi alla fuga come un novello Ulisse che fugge su una barchetta nell’azzurro mare di Napoli.
Del film resta questo, il ritratto di un uomo buono, che almeno tenta una personale crociata contro la superficialità e l’ignoranza, prima di gettare la spugna e prendere letteralmente il largo. 
Perché se le bomboniere, le crocchette, la torta a piani, sembrano contare di più di una persona defunta nel palazzo, siamo messi davvero male. E se poi, perfino la figlia del morto rivela folli ossessioni e svela ancor più inquietanti verità, allora forse non c’è più speranza.
Certo i luoghi comini abbondano e si abusa un po’ di alcuni cliché (come il cameriere di Pozzuoli finto indiano convinto che dondolare la testa sia sinonimo di vero indiano o il prete avido che cerca di rimpinzarsi lo stomaco invece di arricchire lo spirito), ma Salemme, coadiuvato in fase di sceneggiatura da Enrico Vanzina, riesce a mantenere almeno per sé la giusta misura, indossando i panni di un personaggio che in effetti la dice lunga sui tempi che ci troviamo a vivere.
 
Elena Bartoni
 

 


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