Buen Camino: la recensione di Voto 10

Bastano pochi secondi sullo schermo per capire che il meccanismo è di nuovo in moto: ritmo, sguardo e tempismo tornano a lavorare insieme come solo Checco Zalone sa fare.
Con Buen Camino, Checco torna al cinema e lo fa sfidando prima di tutto sé stesso, dimostrando ancora una volta di essere il vero motore popolare della commedia italiana contemporanea.
Il film, diretto da Gennaro Nunziante, è una commedia apparentemente spaccata in due: da un lato una satira feroce e senza filtri, che tocca temi come i super-ricchi, il culto della forma fisica, l’ipocrisia del benessere occidentale e persino riferimenti geopolitici. Dall’altro una comicità diretta, fisica, quasi cartoonesca, che punta dritta alla risata. E funziona. Funziona eccome.
Buen Camino segna un ritorno alle origini per Zalone, ma senza nostalgia sterile. Se il comico appare più “mite”, non è un limite: è un’evoluzione. Dopo l’esperimento di Tolo Tolo, che oggi sembra appartenere a un’altra fase storica, questo nuovo film ritrova una centralità narrativa più solida e una scrittura capace di sorreggere il personaggio senza appesantirlo.
La trama è semplice ma decisiva. Zalone interpreta Checco, ricco ereditiere arrogante e svogliato, circondato da privilegi e da una vita costruita sull’idea di non dover fare nulla. Quando scopre che la figlia Cristal (una sorprendente Letizia Arnò) è partita per il Cammino di Santiago, il suo mondo ordinato e superficiale entra in crisi. Costretto a inseguirla lungo il percorso, Checco si confronta, suo malgrado, con la fatica, con gli altri e con sé stesso.
Qui il film trova la sua forza maggiore: dietro la maschera comica si nasconde un racconto di formazione, volutamente sbilenco ma efficace. Cristal diventa il vero punto di vista della storia, una giovane che cerca di portare a termine qualcosa in un mondo che lucra sulle insicurezze, mentre il padre impara lentamente cosa significhi davvero essere tale. Nunziante e Zalone sono abili nel lasciare che il film resti leggero senza diventare superficiale.
Dal punto di vista comico, Buen Camino regge l’attenzione per tutti i suoi novanta minuti senza mai perdere ritmo. La mimica, il tempismo e la dialettica di Zalone restano strumenti formidabili, capaci di dialogare con uno spettatore sempre più distratto. In un’epoca di contenuti da pochi secondi, il film dimostra che una commedia può ancora sostenere un racconto lungo senza annoiare.
Tecnicamente il film è solido: le location del Cammino non diventano mai cartoline vuote, la regia accompagna il viaggio senza estetismi inutili, i costumi contribuiscono a definire i personaggi. Ma soprattutto, Buen Camino riesce in un’operazione sempre più rara: sfidare il politicamente corretto con intelligenza, trasformandolo in una comicità consapevolmente scorretta, mai gratuita.
Alla fine, la domanda è una sola: cosa si chiede a una commedia popolare? Di far ridere. Buen Camino lo fa, e con continuità. Ma fa anche qualcosa in più: racconta un padre che impara a esserlo, una figlia che trova il proprio passo e un’epoca che si specchia, ridicolizzata, nel suo protagonista.
Checco Zalone è cambiato? Forse. È maturato? Sicuramente. Ma resta un unicum nel cinema italiano, capace di unire pubblico, incassi e senso del tempo che viviamo. E sì, il finale è prevedibile. Ma in una commedia su un padre e una figlia, un abbraccio non è una resa: è la conclusione giusta.
Applausi.




