Digger, la recensione: Tom Cruise sorprende, ma Iñárritu esagera

Tom Cruise non deve salvare il mondo. Deve convincerlo di non essere il responsabile della sua distruzione. È da questo ribaltamento che prende forma Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, una satira apocalittica che mescola crisi climatica, potere economico e delirio politico. Un’opera ambiziosa e volutamente eccessiva, nella quale la straordinaria energia del protagonista riesce spesso a compensare una scrittura meno brillante di quanto vorrebbe essere.
Digger: la trama senza spoiler
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un potente magnate del petrolio, abituato a considerare il pianeta una risorsa da sfruttare e il denaro una risposta a qualsiasi problema. Quando un disastro provocato dalle trivellazioni nell’Artico innesca una catastrofe ambientale di proporzioni imprevedibili, Rockwell si ritrova improvvisamente al centro di una crisi che minaccia milioni di persone.
Accanto a lui si muovono il presidente degli Stati Uniti Compson (John Goodman), consiglieri e figure istituzionali impegnati a gestire un’emergenza che sembra sfuggire continuamente al loro controllo. Ma mentre il mondo rischia il collasso, la priorità dei potenti non è sempre trovare una soluzione: spesso è decidere chi dovrà assumersene la colpa.
Tom Cruise cambia volto e domina il film
Per anni Tom Cruise ha costruito buona parte della propria immagine cinematografica intorno alla capacità di affrontare l’impossibile. In Digger rinuncia all’eroismo fisico e utilizza quella stessa intensità per interpretare un uomo arrogante, manipolatore e profondamente convinto della propria indispensabilità.
Il trucco prostetico ne modifica l’aspetto, ma la trasformazione più interessante riguarda il modo di occupare la scena. Rockwell parla, provoca, si agita e tenta di piegare ogni conversazione alla propria logica. Cruise lo interpreta con un’energia quasi aggressiva, senza cercare di renderlo simpatico o rassicurante.
Particolarmente significativa è una lunga sequenza in cui il personaggio difende pubblicamente il proprio operato. Il virtuosismo dell’inquadratura e la precisione della recitazione trasformano un monologo in un confronto diretto con lo spettatore. È uno di quei momenti in cui la spettacolarità nasce dalla presenza dell’attore e non da un’esplosione o da un inseguimento.
Riz Ahmed offre un contrappunto più misurato, mentre John Goodman abbraccia completamente il registro grottesco richiesto al suo presidente. Il cast funziona, anche se alcuni personaggi rimangono soprattutto strumenti al servizio della satira.
Una satira sul potere che preferisce urlare
La questione più interessante sollevata da Digger non riguarda soltanto l’avidità delle grandi compagnie petrolifere. Il film mette in discussione il rapporto tra responsabilità individuale e abitudini collettive: quanto è facile condannare chi sfrutta le risorse del pianeta quando un intero sistema economico continua a dipendere da quelle stesse risorse?
È un’intuizione che avrebbe meritato maggiore spazio. Iñárritu preferisce invece spingere quasi ogni situazione verso la caricatura, accumulando politici incapaci, uomini d’affari senza scrupoli e decisioni sempre più assurde.
La scelta produce momenti di comicità feroce, ma finisce anche per ridurre la complessità dei temi affrontati. Quando tutti i personaggi diventano simboli estremi dei propri difetti, la satira rischia di perdere precisione. Il film sa perfettamente contro cosa scagliarsi; è meno convincente quando dovrebbe andare oltre la denuncia.
Anche il tono rappresenta un ostacolo. Il continuo passaggio tra farsa, dramma e sperimentazione narrativa rende l’esperienza imprevedibile, ma non sempre coinvolgente. Alcune trovate sorprendono, altre sembrano prolungare inutilmente un concetto già espresso.
La regia di Iñárritu è uno spettacolo, anche quando diventa ingombrante
Sul piano visivo, Digger mostra una personalità difficilmente confondibile. La fotografia di Emmanuel Lubezki utilizza prospettive deformanti, movimenti elaborati e primi piani invasivi per trasformare le figure del potere in presenze insieme monumentali e ridicole.
Gli ambienti hanno qualcosa di artificiale e soffocante: spazi nei quali l’ostentazione del prestigio convive con la sensazione di un mondo sul punto di cedere. La costruzione visiva non accompagna semplicemente il racconto, ma ne amplifica continuamente il carattere grottesco.
È anche qui, però, che emerge uno dei limiti dell’opera. Iñárritu sembra talvolta più interessato a dimostrare quanto lontano possa spingersi la propria messa in scena che a lasciare respirare i personaggi. La regia mantiene alta l’attenzione, ma la sua incessante ricerca dell’effetto finisce per diventare faticosa.
Una significativa scelta narrativa modifica inoltre il modo in cui interpretiamo ciò che vediamo. È preferibile non anticiparla: costituisce una parte importante dell’identità del film e contribuisce a renderlo meno convenzionale di quanto la premessa lasci immaginare.
Il verdetto: un film imperfetto che ha il coraggio di rischiare
Digger non è la grande satira definitiva sulla crisi climatica. Le sue provocazioni sono talvolta troppo facili, il messaggio tende a ripetersi e l’eccesso stilistico rischia di soffocare le idee più interessanti.
Eppure sarebbe ingeneroso liquidarlo come un semplice esercizio di presunzione. La prova di Tom Cruise, l’inventiva della regia e la volontà di sperimentare con linguaggi diversi gli conferiscono una forza che manca a molti film narrativamente più ordinati.
È un cinema che non cerca necessariamente di piacere, e proprio per questo può dividere profondamente. Non tutte le sue ambizioni trovano compimento, ma alcune sequenze dimostrano quanto possa essere potente l’incontro tra una grande interpretazione e una regia senza timore dell’eccesso.
Voto 10: 7/10. Un’opera discontinua, provocatoria e visivamente notevole, sostenuta da un Tom Cruise in grande forma. Da vedere soprattutto per chi ama il cinema che sperimenta, anche a costo di sbagliare.




