Parlare di Pluribus senza sconfinare nello spoiler è quasi impossibile, ed è anche il primo segnale di quanto la nuova serie di Vince Gilligan giochi gran parte della sua forza sulla scoperta. Anzi, è forse la miglior raccomandazione possibile: Pluribus va affrontata sapendo il meno possibile, lasciandosi guidare da una narrazione che costruisce il suo senso un passo alla volta.
La protagonista è Carol Sturka, interpretata da una straordinaria Rhea Seehorn. Carol è una scrittrice di romanzi storici a sfondo romantico di enorme successo commerciale, ma profondamente insoddisfatta dal punto di vista creativo ed esistenziale. Mentre il pubblico reclama un nuovo capitolo della saga che l’ha resa famosa, lei sogna di scrivere qualcosa di completamente diverso, come se quel successo fosse diventato una gabbia. Accanto a lei c’è Helen (Miriam Shor), manager e compagna di vita, in una relazione che resta volutamente fuori dai riflettori.
Quando la serie inizia, il mondo è apparentemente normale, anche se aleggia un senso di attesa indefinita. Poi accade qualcosa. Qualcosa di enorme. E da quel momento Pluribus cambia pelle, trasformandosi in un racconto di spaesamento, isolamento e ricerca di senso, in cui Carol si ritrova progressivamente sola nel percepire che la realtà non è più quella di prima.
Qui emerge uno dei grandi punti di forza della serie: l’interpretazione di Rhea Seehorn. Spesso isolata in scena, costretta a interagire con personaggi che cambiano continuamente, Seehorn regge il peso emotivo dell’intero progetto. Il suo è un lavoro di sottrazione, fatto di frustrazione, incredulità e ostinazione. Non è un’eroina classica, non è sempre simpatica, ma è profondamente umana. E proprio per questo diventa l’unico punto fermo possibile per lo spettatore.
A un certo punto entra in scena Zosia, interpretata da Karolina Wydra, personaggio chiave che offre a Carol una possibile via d’uscita. Il rapporto tra le due è uno degli elementi più affascinanti della serie: un equilibrio delicato tra diffidenza, alleanza e sentimenti inespressi, sostenuto da una chimica sorprendente. Wydra riesce a rendere Zosia una presenza enigmatica ma emotivamente accessibile, diventando il fulcro di alcuni dei momenti più vulnerabili del racconto.
Chi si aspetta un ritorno diretto a The X-Files potrebbe restare spiazzato. Pluribus ha molto più in comune con The Twilight Zone: persone comuni travolte da un evento straordinario, non tanto per risolvere un mistero quanto per esplorare le conseguenze umane di ciò che accade. L’elemento investigativo c’è, soprattutto all’inizio, ma non è mai il vero centro della serie. Gilligan è più interessato al conflitto tra individuo e collettività, tra identità personale e bisogno di appartenenza.
Dal punto di vista formale, Pluribus è impressionante. La regia e la fotografia danno vita a sequenze di grande complessità tecnica, con movimenti di macchina e coreografie che creano un senso di sincronia inquietante. È una serie che premia l’attenzione, che chiede allo spettatore di osservare, ricordare, collegare. Non spiega tutto, non rassicura, non semplifica. E in un’epoca di visioni distratte e second screen, questa scelta appare quasi controcorrente.
La scrittura è consapevole dei tropi del genere e si diverte a sovvertirli. Le rivelazioni arrivano con un ritmo che può risultare frustrante per chi cerca risposte immediate, ma è proprio questa lentezza a rendere ogni scoperta più significativa. Anche la colonna sonora, firmata da Dave Porter, si distingue per un uso corale e per l’importanza data al silenzio, elemento narrativo a tutti gli effetti.
Sotto la superficie fantascientifica, Pluribus parla chiaramente di comunità, isolamento, paura dell’altro e trauma collettivo. È difficile non leggere nella serie un’eco degli anni della pandemia, di quel periodo in cui ogni contatto umano era carico di sospetto e ogni gesto quotidiano poteva sembrare pericoloso. Senza mai essere esplicita, la serie scava in quelle ferite ancora aperte, interrogandosi su cosa significhi davvero “stare insieme”.
Il titolo stesso, Pluribus, richiama il “molti” del motto E pluribus unum. E se Carol è il centro emotivo del racconto, la serie non parla mai solo di lei. Parla di tutti noi, delle scelte che facciamo come individui e di quelle che accettiamo come società.
Ambiziosa, stratificata, profondamente umana, Pluribus è uno dei lavori più maturi e rischiosi di Vince Gilligan. Non offre risposte facili, ma pone domande necessarie. E grazie a una Rhea Seehorn semplicemente straordinaria, riesce a rendere universale una storia che nasce dall’isolamento.




